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L'ESILIO DEI SENTIMENTI

“ C´era fra noi un gioco d´azzardo
ma niente ormai nel lungo sguardo
spiega qualcosa, forse soltanto
certe parole sembrano pianto,
sono salate, sanno di mare
chissà, tra noi, si trattava d´amore…
Ma non parlo di te, io parlo d´altro
il gioco era mio, lucido e scaltro…
Io parlo di me, di me che ho goduto
di me che ho amato
e che ho perduto…
E trovo niente da dire o da fare…
Però tra noi si trattava d´amore…
C´era fra noi un gioco d´azzardo,
gioco di vita, duro e bugiardo…
Perchè volersi e desiderarsi
facendo finta di essere persi…
Adesso è tardi e dico soltanto
che si trattava d´amore, e non sai quanto”

                                                                         Paolo Conte   

 

 

 

Quando apro gli occhi al mattino lo rivedo, ancora, e quel “mi dispiace”  danza ubriaco nei miei pensieri. Anche kundalini si risveglia alla base della mia schiena e sento male, ma sono pronta, comunque.

 

La prima volta che ho visto le immagini di quella casa avrò avuto 8-9 anni, sulla rivista Franco Maria Ricci che arrivava  a casa, e pensai da bambina suggestionabile che fosse un mondo di giochi da scoprire… poi da adolescente ho conosciuto il personaggio, e non mi è mai piaciuto, detesto gli ometti che giocano alla guerra pensandosi eroi, e di più chi abusa e male del proprio genio, pavone di  una letteratura stucchevole che di grande aveva ben poco… questo D’Annunzio compra una villa a Gardone Riviera e ne fa il proprio museo, museo di se come un poema.

Ed è l’idea di una casa come un museo di se stessi che lo avvicina pericolosamente a me, che vivo gli oggetti come fossero ancore di salvataggio…

Sul Garda, c’è una foschia insopportabile, l’orizzonte lacustre è un tutt’uno con il cielo, fondale carta da zucchero, e quasi impercettibile il profilo di Sirmione come un’isola miraggio. Un cavallo blu di Paladino è un monumento di rigidità classica, perfetto tra le epigrafi che sono dovunque, motti di un gusto che non capisco forse perché io parlo poco, e con poca finta saggezza. E lo cavalco in un sogno ad occhi aperti, rincorrendo l’idea di riuscire a guarire quella malattia, cuore ricolmo di un veleno che stilla lentamente a corrodere ogni percorso propositivo.

La guida che ci accompagna ha una voce da film, spesso intervalla le parole con silenzi teatrali, dai quali mi aspetto di vedere emergere fantasmi del passato, e questo mi proietta dentro il dramma di me e gli oggetti. Che sono tanti, horror vacui, paura di quel vuoto che è dentro se stessi, inutili come i calchi di gesso dell’antichità o del Michelangelo che lui ama, ma preziosissimi come le statue lignee di santi e madonne del trecento, le ceramiche bianche e blu, gli argenti da tavola e toeletta, le divinità orientali come piramidi di irraggiungibile bellezza.

Più di trentamila libri in tutta casa, e lampadari preziosissimi e bizzarri, un organo in salotto, pelli di felini, cineserie… ma la luce, quella naturale che lui detesta dopo la ferita all’occhio, che viene schermata, filtrata da vetrate liberty dai colori sgargianti, o soffusa nel caldo dell’arancio… e allora lo spazio, nel silenzio ovattato di tappeti e tappezzerie e di legni oscuri, è una caverna accogliente, quella assenza di luce che per molti rende le stanze opprimenti, ma che protegge me nella gabbia dorata che ho costruito… e mentre fuggo dalla realtà lo sento bisbigliare leggero al mio orecchio “non posso più vivere senza di te”, ma la barriera che ha alzato tra di noi riverbera di inganno.

E le cose disparate, maniacalmente raccolte ed esposte in pose eterne che io bramo…io che per disfatta ho più familiarità con le cose che con le persone… lui non lo comprendo come uomo ma come pensiero che si isola si… un fuori che non comunica con il dentro, un dentro che è rifugio e nascita di pensieri.

Un casa labirinto, angusta e specchio di una decadenza tipica dell’epoca, ma come ventre materno accarezza le mie ferite, e in una vasca di ceramica blu lapislazzulo come le cupole brillanti di Samarcanda, mi inviterei in un bagno caldo ad immaginarmi tra i vapori un vivibile mondo rarefatto fuori dalla finestra.

Come in una canzone di Paolo Conte, che mi risuona nella testa mentre quel sole moribondo nella foschia che sale dal lago mi accompagna su un viale senza ombre, e amaro come la verità che non tutti i film che scorrono nei nostri pensieri abbiano diritto ad un lieto fine.