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IL PENSIERO DOMINANTE

 

 

 

Piedi nudi, venti passi per arrivare al mio letto. Cuffie stereo-mistiche, gambe all’aria, sbadigli solitari, ed un buon motivo per ascoltare musica a volume disintegrante.

“Ieri ho fatto un sogno che

io suono un coito per te

quando sei confusa tra la gente e

 

guardi le mie mani che

incantevolmente

scuotono le corde del tuo corpo…”

 

Se non avessi avuto dubbi sulla materialità, a questo punto avrei dovuto tagliare via strati sottili di pelle. Uno strato dopo l’altro, fino al nulla per divenire nulla.

 

“e fra le mie mani ti fai fradicia e scorrevole

e mi scivoli con stridore amplificabile...”

 

Lo sento arrivare. Ha passo leggero. Arriva dal passato, ha fattezze arcaiche. Il sonno. O almeno credo che sia.

Questa strana sensazione tra il sogno e il dormiveglia, confine sottile tra la parola e l’immagine.

Distendo le gambe, mi giro su di un fianco, mi rigiro del tutto, gambe appena dischiuse.

S’avvicina al mio letto, ha consistenza ultraterrena, ma non può che essere il suo spettro. 

E comincia il rituale. Con fare esperto, la garza, fascia bianca da tessere, dalla caviglia a salire. Questo fasciare, stringere, circuire, proteggere, nascondere, contenere, ma anche privare, sottomettere, annientare in una lotta impari, ed io lascio fare, assecondo il desiderio di entrambi: del sogno e del canto. Sale, sale lento, tocca il ginocchio, copre in una stretta candida e rigeneratrice la pelle sensibile tra le gambe.

“Ieri ho fatto un sogno in cui sogni che

ti sei avvinta a me,

ma non sai che anch'io ti vorrei.

 

Io ti vorrei...”

 

Che sia realtà o sogno, non ha importanza, perché si lascia soffocare dall’assenza di luce. E riposa. Il mio corpo riposa, ricamato ben bene dal quotidiano rito del passaggio.

Mi offre una corazza contro i cattivi consigli dei desideri, e nell’assenza di gravità, attraverso i territori aridi del silenzio, e rivelazioni accecanti dall’immenso bagliore di isolate parole, incastonate come pietre preziose. Tutte quelle parole che non mi ha mai detto e che ancora aspetto. E che prendono forma almeno nei sogni, nel ricordo confuso dal tempo che scorre e inganna. Parole che si lasciano divorare dalla bocca felina.

Fino al mattino, fino a quando la luce, pian piano, arriverà ad inondare il perimetro del mio letto, e la corazza si scioglierà. Porterà via la sua bella tela bianca per lasciarmi senza protezione. A svanire fino alla caviglia. E allargherà le fauci per ingoiare l’ultimo dei miei sospiri.

Sfuma il presagio, arriva il risveglio, arriva una nuova lotta giornaliera che ha perso la speranza.

 

“E non vedi che son dietro le tue spalle rosee

e non senti che il mio desiderio è sui loro petali

(scende leggero fra concavità violacee),

ma la trama del sogno prevede che restiamo immobili...

Io ti vorrei...”

 

                                                                                         MARLENE KUNTZ